Il semaforo

Boccioni, La città che sale (1910)

Le nostre città sono l’involucro invisibile oltre il quale i nostri pensieri non possono volare. Come mosche in un bicchiere, sbattono ossessivamente contro le pareti rigide, tornando indietro ammaccati per lo scontro. Le nostre città sono l’ecosistema grigio entro il quale abbiamo scelto di vivere. Come scatole cinesi, sono costituite da insiemi e sottoinsiemi che come ultimi inquilini vedono comparire noi esseri umani. Noi esseri umani, così perfetti, potenti e intelligenti! Così capaci di mirabili pensieri, così portati per la successione logica delle parole, queste parole che se scambiate possono diventare ponti, corde, salvezze. Noi esseri umani, tristi abitanti delle nostre vuote città.

Come mai guardiamo in basso quando camminiamo? Sarà che il nostro pensare ci impone una concentrazione tale che esclude la tranquillità di guardare dritti di fronte a noi, che sarebbe invece un attivo esercizio che invita alla scoperta di ciò che ci circonda. Invece no, srotoliamo le fila dei nostri pensieri e li calpestiamo con i nostri passi, lasciando dietro di noi una scia dritta di ipotesi e ragionamenti, riflessioni e dubbi, ricordi e rimpianti. Camminare vuol dire anche incrociare le scie di altri, intuirne il contenuto attraverso lo sguardo, intuirne il colore. Camminare e camminare. C’è solo un ostacolo che in città riesce a impedire questo mirabile esercizio, vecchio quanto è vecchia l’umanità. Il semaforo. Mi arresto stupita davanti a questo gigante di metallo, governato da leggi a noi estranee, un dittatore silenzioso che ci impone uno arresto indesiderato.

Dipinti Metropolitani, Marcello Arletti. (2000)

Questo semaforo, oltretutto, è particolarmente odioso. Il novanta per cento del tempo sembra che venga dedicato alle automobili mentre ai poveri pedoni rimane giusto il tempo di affrettarsi con premura per evitare di essere investiti dalle loro aggressive partenze. Ferma al semaforo. Poco dopo una ragazza sopraggiunge a passi lenti, dal lato opposto della strada. Si ferma davanti a me. Siamo due poli opposti di un segmento irriducibile. Prenoto la chiamata. Prenotala anche tu dai, che il verde viene prima. Ah, hai capito, brava. Prenotala anche tu, così possiamo salvarci prima da questa distanza insopportabile, non vedi come sono arroganti queste macchine che sfrecciano davanti a noi, incuranti delle nostre scie, dei nostri passati, dei nostri presenti.

Ho prenotato la chiamata, hai prenotato la chiamata. Abbiamo lanciato una corda verso noi stesse, un arpione che ci permetterà di scalare questa montagna, un lungo salvagente che ci salverà da questo mare in tempesta, dimmi che lo prenderai, dimmi che lo prenderai..! Hai prenotato la chiamata, ognuna di noi ha quindi la volontà di superarla questa barriera impossibile che ci divide e ci separa, che ci rende due calamite desiderose di incontrarsi e tuttavia destinate a respingersi…

Dove stai andando, poi? Come mai guardi lontano, non c’è niente di là, solo la strada che prosegue, a cosa stai pensando? Qual è la tua direzione, sarà quella giusta? Non starai sbagliando strada o forse io la sto sbagliando, non andrà considerata questa eventualità? Forse la giusta meta è la stessa per entrambe e noi stiamo tragicamente sbagliando strada e sarà un errore dividersi per sempre una volta che il verde sarà scattato…! Tuttavia, abbiamo ancora del tempo per capirlo, ma dobbiamo fare in fretta, sta per scadere…! Mi stai guardando, cosa mi stai chiedendo, forse ti stai chiedendo anche tu da dove vengo e di cosa sono fatta, quale energia tiene insieme le mie molecole… dimmi che siamo simili, dimmi che anche tu, come me, sei un acrobata nel bel mezzo del salto mortale che con cuore in gola cerca il compagno con le braccia tese, che lo salverà dal vuoto, che lo salverà dal vuoto che altrimenti potrebbe ingoiarlo.

Dimmi che sei come me, che da qualche parte, dentro il tuo corpo, all’interno degli abissi più profondi del tuo io, dimmi che hai qualche riflesso che assomiglia al mio, dimmi che qualche molecola risponde agli stessi suoni, dimmi che potremo capirci e che in realtà siamo noi, noi stesse, che da sempre ci stavamo cercando o che forse ci stiamo ritrovando, dopo vite e vite e vite passate lontane, passate divise da questo semaforo che ora ci fa incontrare.

Lazzaro By Fornoni, Dinamismo Cittadino (2012)

Arancione per le macchine. Presto, rimane poco tempo, decidi in fretta, cambia direzione, vieni con me, vieni con me, non ti so dire dove andremo ma possiamo deciderlo insieme, possiamo reinventarci, posso raccontarti il colore dei miei pensieri, e renderli più gioiosi per te, decidi in fretta, ti prego, non lasciamoci.

Verde! Ancora un attimo di attesa, ancora un attimo di tempo che strappo a questo verde che mi impone di procedere. Pietrificata dalla tua scelta, mi vieni incontro, mi passi accanto, mi lanci uno sguardo e te ne vai.

Irene Guastella

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