La tragedia del Vendicatore

Tra il grottesco e l’evocativo, il regista britannico Declan Donnellan riprende in mano il testo di Thomas Middleton – prima attribuito a Cyril Tourneur – The Revenger’s Tragedy, tragedia giacobiana che ritrae una corte italiana violenta e degradata, allora pubblicata nel 1607.

Lo spettatore entra in sala e trova sul palco quelle che sembrano gigantesche pareti di legno dipinte con una pittura rosso-bordeaux scolorita dal tempo. Queste pareti sono imponenti e riducono il palco al proscenio, dove successivamente entrano in fila tutti gli attori quasi annunciati dalle musiche di Gianluca Misiti: danzano ognuno per sé, ognuno con un proprio ballo caratteristico, attraversando lateralmente lo spazio. I costumi sono piuttosto contemporanei: i cortigiani e le guardie sembrano un misto tra un gruppo di businessmen e una famiglia mafiosa.

Il personaggio principale Vindice (Fausto Cabra) veste tutto nero con camicia, ma risulta meno formale rispetto agli altri personaggi. Poco dopo una contestualizzazione degli eventi fatta dal protagonista direttamente al pubblico, si scopre che quelle pareti sono anche delle porte talvolta usate come ingressi/uscite, talvolta come spazi autonomi, diversi da quello rappresentato nel proscenio, come per esempio la chiesa o la casa di Graziana (Pia Lanciotti) e Castizia (Marta Malvestiti) rispettivamente madre e sorella di Vindice e di Ippolito (Raffaele Esposito).

Lo spettacolo si svolge, a livello visivo, prevalentemente in un alternarsi tra scene davanti a queste pareti imbrattate di sangue, e quelle in cui esse diventano porte che svelano uno spazio altro. C’è però una particolarità: inizialmente questo movimento viene spesso associato a quadri rinascimentali, ad esempio quelli di Piero della Francesca, proiettati nello sfondo dietro il legno.

A questo movimento si aderiscono quelle che forse volevano essere delle composizioni tra gli oggetti di scena e le posizioni dei corpi degli attori strutturalmente simili ai quadri. Come se nell’insieme si volesse creare un quadro ancor più grande tra lo sfondo, gli oggetti, i corpi e le divisioni create dalle pareti rosse. Questo tentativo però viene meno nel corso dello spettacolo per dare piede a un impianto più crudo e grottesco attraverso riprese dirette che amplificano la presenza di dettagli viscerali come il taglio della lingua del Duca (Massimiliano Speziani) o che emanano una sensazione quasi espressionista ingrandendo sullo sfondo in bianco e nero le espressioni coerentemente esagerate degli attori.

Lo spettacolo, coprodotto dal Piccolo Teatro di Milano ed ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, è andato in scena al Teatro Arena del Sole di Bologna il 10/01/2019. Si basa sul testo di un autore poco conosciuto dell’età giacobiana, tradotto da Stefano Massini, che fa riferimento ai giochi di potere, alla corruzione morale e politica, alla sete di vendetta e di morte. Eppure non sono questi gli argomenti che rimangono in testa quando si esce dalla sala, o meglio, non sono i temi sui quali si riflette fuori dal teatro. Si parla invece del complesso e, a mio avviso, ben costruito impianto estetico, della potenza visiva dello spettacolo e della funzionale recitazione grottesca (di matrice più tragica che umoristica).

È uno spettacolo visivamente bello che scorre e riesce a intrattenere gli spettatori, non sembra voler far pensare le persone, né far sentire qualcosa di nuovo oltre appunto il piacere visivo e l’eventuale pelle d’oca nelle scene sanguinarie. Ci tengo a chiarire però che questa non è una condanna, anzi, è importante ricordare che l’arte è anche questo. L’arte è anche puro divertimento o intrattenimento, l’arte può anche soltanto essere bella. Altrettanto importante è tenere sempre presente che essa non dovrebbe essere solo questo, ma che dovrebbe provare a dare qualcosa di nuovo a chi la incontra.

Daniel Vincenzo Papa De Dios

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