Lo specchio di Irene

Mi chiamo Irene e abito la vita come la abitiamo tutti. Dato che scorre veloce, ogni tanto prendo un pensiero e lo fisso su carta, per ingannare il tempo e farlo inciampare.

Rosa

Il deflussore scendeva lento, iniettando vuote promesse da marinaio. Un’infermiera entrò di volata senza salutare, si diresse verso il deflussore, lo studiò, abbassò il letto di qualche centimetro e uscì dalla stanza.

-Buongiorno signor Sciarrabba! La voce del dottore risuonò nella stanza.

-La lascio in compagnia di una bella ragazza oggi, guardi che fortuna!

Il dottore bisbigliò qualcosa all’orecchio della ragazza e uscì dalla stanza. La ragazza rimase un attimo immobile, con indosso uno sguardo impaurito da dover nascondere in fretta.

-Salve, io sono dell’Associazione Volontari Ospedalieri. Le farò compagnia per un paio d’ore, se a lei farà piacere.

Il vecchio non sapeva se gioirne o meno. Probabilmente avrebbe preferito restare solo a fissare il soffitto, immerso nel vuoto bianco della sua mente.

-Se dovesse aver bisogno di qualsiasi cosa..

La ragazza si sentiva trapassata da quello sguardo acquoso che sembrava fissare qualcosa oltre il suo corpo.

-Avrei bisogno di morire.

Il terrore conquistò senza ostacoli gli occhi della ragazza.

-Mi scusi…

Le parole del vecchio erano ominidi che uscivano dalla caverna dopo milioni di anni.

-Non si preoccupi…

La ragazza guardò il vecchio. Sotto il grande lobo destro notò una piccola macchia nera, ciò che rimaneva di una piccola rosa fatta in gioventù.

-Ah sa che anch’io ho un tatuaggio! – La ragazza si indicò il polso sinistro. – il simbolo della Sicilia!

-Sicilia! – La voce irruppe instabile dalla gola del vecchio. – Anch’io sono siciliano!

Il vecchio si scosse da capo a piedi, cercò di cambiare posizione. La ragazza si alzò in piedi.

-Non volevo farla agitare..

Le avevano spiegato che questi erano pazienti difficili, ma non immaginava che avrebbe avuto il potere di mutare improvvisamente lo stato psico-fisico del suo interlocutore con una parola.

-Comunque io sono di Agrigento…

Il vecchio fissò lo sguardo al muro. Poi aprì la bocca da dove uscì un mugolio da animale ferito.

-Mia madre era di Agrigento..

Passarono secondi lunghi in cui la ragazza guardò l’uomo ciondolare il capo da una parte all’altra, come a cercare qualcosa, disperatamente, nel fondo buio della sua memoria.

-Io non mi ricordo…

-Che cosa.. – sibilò la ragazza pentendosi subito di aver parlato.

-Io non mi ricordo il suo nome… – e una delle rughe del volto divenne il letto di una unica tremenda lacrima che formò una piccola chiazza scura sul cuscino.

Improvvisamente pensò alla sua di mamma. La possibilità di non poter più ricordare il suo nome le sembrò una condanna atroce. Guardò l’ora. Le sei.

-..ora devo andare. – La ragazza si alzò lentamente, pensando che gesti troppo veloci avrebbero potuto offendere quella vita immobile. – Tornerò domani. Arrivederci… –

Si avviò verso la porta ma una volta sulla soglia si fermò.

-Mi scusi, non mi sono presentata…io mi chiamo Rosa!

Il giorno dopo arrivò alla struttura in anticipo. Arrivò davanti alla stanza del vecchio, e dentro vide solo un letto rifatto, i lenzuoli precisi.

-Signorina, non l’abbiamo vista entrare, le volevamo spiegare che il signor Sciarrabba stanotte ha avuto una crisi che non ha superato. Sa da quanto era in quelle condizioni?

La ragazza sentiva gli angoli della bocca tremare come quando da bambina stava per scoppiare a piangere.

-Undici anni. Diceva sempre che non riusciva a morire perché non si ricordava una cosa importante. Vai a capire cosa potesse essere…comunque venga, le presento un altro paziente. Ah, non le ho chiesto il nome, come si chiama?

-Mi chiamo Rosa.

Irene Guastella

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