Intervista a Matteo Gialli, coordinatore del gruppo ad Arezzo

Lotta, acrobazia, gioco, musica, e una storia di resistenza contro la schiavitù: questo e altro è il mondo della la Capoeira, tradizionale danza-combattimento brasiliana. Riportiamo sul blog di Arezzo Crowd Festival il racconto che ne fa Matteo, impegnato nell’organizzazione delle attività ad Arezzo.

Matteo, parlaci di questa pratica e aiutaci a capire di cosa si tratta.

La Capoeira ha radici antiche: si sviluppa clandestinamente nel nord-est del Brasile, area in cui l’influenza della deportazione dall’Africa era più forte, grazie alla mescolanza di cultura brasiliana e africana; in origine era di un insieme di tecniche di sopravvivenza e combattimento, tramandate nelle comunità di schiavi affiancando elementi di musica e danza derivati dalle ritualità africane, per nasconderne le reali finalità e non destare sospetto negli schiavisti. Si evolve poi in un percorso che va di pari passo con la clandestinità degli schiavi in fuga e, successivamente, con la fine della schiavitù nel periodo di urbanizzazione del Brasile, trasformandosi in un insieme di stratagemmi e tecniche di difesa da vita di strada, praticata da ex-schiavi liberati e divenuti improvvisamente girovaghi e senzatetto, e assumendo così la connotazione negativa che ne porta alla messa al bando fino all’inizio del secolo scorso.

Quando è finito il periodo di clandestinità per chi la praticava di nascosto?  

Per svincolare l’insegnamento della Capoeira (rimasta illegale fino al 1940) Mestre Bimba, padre di quella che oggi è detta “Capoeira Regional”, utilizza invece il nome in “Luta Regional Bahiana”, riuscendo a distaccarsi dalla connotazione negativa e rendendo possibile l’apertura di vere e proprie accademie, avviando il percorso che porterà all’accettazione e alla legalizzazione della capoeira, permettendone un libero sviluppo.

E una volta accettata in patria ha raggiunto altre parti del mondo?

Con la possibilità di strutturare l’apprendimento con una didattica ben definita, la Capoeira si evolve ulteriormente e si diffonde tramite l’insegnamento di maestri che viaggiano in Brasile e all’estero, portando ad un vero e proprio picco di espansione nella seconda metà del ‘900: nascono nuovi gruppi e quelli già esistenti iniziano ad affacciarsi fuori dal Sud America, raggiungendo Stati Uniti, Europa, ma anche Asia e Oceania.

Ho assistito alla vostra performance live durante l’Arezzo Crowd Festival, per le strade del centro, e mi ha colpito moltissimo anche la musica.

La musica è un elemento essenziale, c’è una connessione diretta fra chi suona e chi sta in roda (il cerchio di persone in cui si gioca Capoeira): i suonatori, con diversi ritmi e tempi, guidano il gioco tra i due capoeiristi all’interno della roda, che improvvisano un “combattimento danzato a tempo di musica” utilizzando le tecniche apprese in allenamento. Le parole che accompagnano la musica vengono dalla cultura popolare tradizionale, narrano le gesta di capoeiristi celebri o parlano della capoeira stessa, e sono rigorosamente in portoghese brasiliano, lingua de facto della Capoeira, utilizzata come linguaggio di comunicazione durante eventi internazionali, workshop e corsi; fortunatamente, imparare gradualmente il portoghese è meno ostico di quanto possa sembrare: si inizia con la terminologia della Capoeira, arrivando senza troppe difficoltà a parlare un portoghese “basilare” ma funzionale.

E per quanto riguarda gli strumenti musicali? 

Quello fondamentale ed più rappresentativo è il berimbau; di origine africana, arriva in Brasile con la deportazione: si tratta essenzialmente di un arco a cui viene legata una zucca svuotata ed essiccata, che funge da cassa ed amplifica i suoni generati percuotendo un filo di acciaio con una bacchetta di legno; i ritmi del berimbau determinano il tipo di gioco (più veloce, più lento, più aggressivo o più acrobatico) e vengono accompagnati da un insieme di strumenti tradizionali brasiliani, principalmente percussioni (tamburi, tamburelli, sonagli, campanelli).

Dimmi la verità: capita mai di prendersi qualche calcio?

Può capitare, ma raramente è voluto: il contatto fa parte del gioco, ma non c’è l’intento di fare del male al compagno, che appunto è considerato un compagno e non un avversario; il rispetto reciproco è fondamentale, solitamente prima e dopo il gioco i capoeiristi si stringono la mano o si scambiano un segno di intesa, a ricordare l’aspetto ludico e la cultura di complicità tipica degli ambienti popolari, dove la Capoeira è nata e dove tutt’ora è spesso attiva, con la partecipazione a progetti di aggregazione sociale, riqualificazione e recupero in ambienti considerati “difficili”.

È bello sapere che realtà particolari come questa esistono anche qua. Come si articola la vostra attività ad Arezzo? 

Facciamo parte del gruppo Cordão de Ouro, uno dei più diffusi, costituito da decine di sottogruppi locali sparsi per il mondo; è nato negli anni ’60 ed è notevolmente cresciuto in Brasile e nel resto del mondo già dagli anni 80. Il nostro insegnante di riferimento è Prof. Xavier Neto, detto “Calanguinho” nell’ambiente della Capoeira, si è trasferito a Roma dal Brasile nel 2016 e ci raggiunge periodicamente ad Arezzo per le lezioni; io mi occupo di coordinare il gruppo, organizzare l’attività e, occasionalmente, di sostituirlo quando non può essere presente. Abbiamo un corso durante l’anno, ci alleniamo in palestra un paio di volte a settimana, e in l’estate cerchiamo di mantenerci attivi con allenamenti all’aperto, possibilmente in qualche parco o comunque a contatto con la natura, cercando nel contempo di diffondere questa pratica divertente, salutare e decisamente interessante per il suo aspetto inclusivo e interculturale… per capire meglio di cosa si tratta, invitiamo tutti a venirci a trovare: per contatti, informazioni, orari, potete seguirci e interagire con noi attraverso Facebook e Instagram!

Umberto Bertocci

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