Intervista a Diego Nicchi

Sono ormai il punto di riferimento per quanto riguarda la promozione musicale del territorio; Francesco Checcacci, Niccolò Mutarelli, Diego Nicchi, Mattia Tartaglia ed Elia Taverni, ovvero Arezzo Che Spacca. Una community di musicisti che con passione ha dato vita a un ecosistema musicale made in Arezzo, incentivando la vita sociale e culturale della città.

Arezzo Che Spacca sarà protagonista Venerdì 31 Maggio della Sant’Agostino Night, uno dei parties dell’Arezzo Crowd Festival organizzato in collaborazione con  Arezzo • Men/Go Music Fest e We52100, grazie anche al sostegno dei Commercianti della Piazza e all’associazione All Stars Arezzo Onlus.

Abbiamo incontrato Diego Nicchi, che ci ha parlato di come ci si prende cura in prima persona dell’ambiente in cui si vive come artisti.

Partiamo dalle basi. Non quelle musicali, mi riferisco proprio all’abc. Anzi, facciamo un gioco: A come…? B come…? C come…? Riesci a descrivere in tre parole la community musicale di Arezzo Che Spacca?

A come… avrei detto Amore, perché “è solo amore se amore sai dare” però dico Arezzo, perché è la città dove siamo nati e cresciuti, dove abbiamo visto sbocciare e morire idee, dove abbiamo avuto momenti di crisi, di gioia e di splendore a livello culturale. È la città che ci sentiamo di rappresentare.

B come… Bellezza. Non chiaramente la bellezza fisica, ma la bellezza delle cose che ci circondano e che dobbiamo valorizzare, la bellezza culturale.

C come… Comunità. Una comunità di musicisti, di persone che creano, di attori, scrittori, cittadini attivi che hanno voglia di fare qualcosa.

C’è un pezzo degli Atpc (feat. Tiziano Ferro) che si intitola Sulla mia pelle. Il testo ad un certo punto dice: La musica è il mio stimolo non c’è seguito senza un microfono, come non c’è vita senza ossigeno. Mi gioco le mie chanches, continuo il tour de force, non voglio che il mio sogno si trasformi in amarcord. Ci metto tutta la rabbia che ho in corpo, ma se qualcosa andasse storto chi ripagherà di tutto il tempo perso? Ecco, proviamo a rispondere a quest’ultima domanda.

Ti ringrazio per questa domanda. Oltretutto hai citato uno dei pezzi che ho ascoltato di più durante la mia adolescenza rap. Il fatto che ci fosse un giovane Tiziano Ferro che cantava questo ritornello mi esaltò. Un bel ritornello soul/pop affiancato a un notevole testo rap, dissi «Che spettacolo». È una canzone che mi ha dato la forza di andare avanti e di non mollare. Se qualcosa andasse storto chi ripagherà di tutto il tempo perso? Fondamentalmente, per quanto riguarda il mio settore, cioè la musica, alla fine ho sempre pagato io. Siamo noi gli unici che possiamo ripagarci del tempo perso, anche se poi ho iniziato a capire che questo tempo perso non lo è mai stato del tutto, anzi. È stato un tempo pieno, riempito, che abbiamo utilizzato. Poi le cose possono andare bene o male, però gli errori servono, quindi anche quel tempo che uno ha creduto perso in realtà è servito e ci ha ripagato in qualche modo. Ci ha insegnato. La canzone dice anche ho un sogno nel cassetto che devo portare a termine, al limite di una missione impossibile. Cammino a piedi nudi su una fune senza protezione, solamente spinto dall’orgoglio, dall’istinto, non mi do per vinto, vado contro vento e quasi soffoco… sono in un dirupo appeso solo al filo del microfono, c’è chi la chiama crisi giovanile esistenziale, io la definisco solamente voglia di spaccare. Ecco, “la voglia di spaccare” non in senso violento ma in senso propositivo.

Si parla spesso di “crisi delle idee”, ma sembra che mai come in questo periodo ci sia il desiderio di far nascere o rinascere qualcosa dal basso. Quanto contano le origini?

Le origini sicuramente contano, sono importanti, servono per il futuro. È bello avere un background, partire da una base oppure ripescare quello che hai fatto in passato. Basta che le origini non siano mai un ostacolo, non diventino un limite. Quando mi relaziono con i giovani cerco di fargli capire che tutto quello che fanno adesso ha avuto un passato, che loro magari non hanno visto o vissuto ma che possono andare a ristudiare, a rivedere. Le origini sono quelle che ti danno la scintilla iniziale, possono essere nocive solo se diventano ghetto, se sono stagnanti. Noi con Arezzo Che Spacca abbiamo cercato di dare valore a tutti, sia alle band che esistono da anni, sia ai giovani che hanno iniziato da pochissimo, alla fine tutti possono insegnare e imparare qualcosa. È bello scambiarsi soluzioni e punti di vista. Si può combattere la crisi culturale solo facendo le cose insieme. Arezzo è una città piccola, abbiamo bisogno di gente con cui confrontarci e le origini servono a conoscere meglio il presente e il futuro. È giusto non dimenticare da dove si proviene e cosa si può fare.

Forse la cosa più bella è che certe passioni riescono a passare di generazione in generazione. I ragazzi più esperti danno una mano a quelli più giovani, la rete di contatti cresce, e si creano delle connessioni anche importanti, sia dal punto di vista umano che professionale…

Arezzo Che Spacca nasce come comunità di musicisti senza preferenze di genere. Forse qualcuno potrà muovere delle critiche, perché sembra che vogliamo buttare tutto in un unico calderone, ma personalmente, in passato, ho vissuto un periodo in cui tutto era fin troppo diviso. È bello raccontare qualcosa, rappresentare un tuo genere, una tua idea, però i muri fanno male, sia quelli fisici che ideologici, soprattutto quando si parla di cultura. La rete si allarga se si impara da tutti, non facendosi la guerra, anzi cercando di confrontarsi, di aprirsi al dialogo. Non vogliamo che il confronto si trasformi in una gara a chi produce più cose e se un domani riuscissimo ad avere una sede fisica vorremmo fare degli incontri, delle cene, costruire dei momenti di comunità vera, non riunioni in giacca e cravatta ma semplici momenti di condivisione totale. Come Arezzo Che Spacca cerchiamo di far capire ai ragazzi più giovani i modi giusti per crescere; ci possono chiedere consigli e noi li diamo molto volentieri, senza la presunzione che debbano essere seguiti alla lettera. Portiamo la nostra esperienza al servizio degli altri, soprattutto dei più giovani, ma siamo sempre pronti a imparare. Siamo circondati da realtà incredibili, gente che si è messa insieme per formare spazi, il Karemaski, il Centro Onda d’Urto di Villa Severi, il Rooftop Studio, i ragazzi de L’Ulcera del Signor Wilson e quelli di Farrago, la Dentro Web TV, lo stesso Arezzo Crowd Festival; ogni giorno scopriamo cose nuove e ci meravigliamo sempre di più nel vedere quanti siamo e nel sapere che ci conosciamo tutti. È forse la cosa che più ci da la forza di portare avanti questo progetto: creare un’unica famiglia che possa comprendere quello che stiamo facendo e i valori che vogliamo portare avanti. È una visione romantica, ma è quella che abbiamo.

Quando hai iniziato a fare musica, da adolescente, cosa ti è mancato che adesso invece cerchi di non far mancare agli altri musicisti, sostenendoli?

Da adolescente non sapevo cosa mi mancasse perché non sapevo quello che poi sarebbe arrivato. Forse avrei voluto un po’ di consigli da persone più grandi, invece di una sorta di “nonnismo” che certe volte ho proprio percepito. Da una parte questo ha fatto crescere dentro di me quella sensazione che anche da solo potevo andare avanti e dimostrare qualcosa. Cerco di trasmetterlo anche ai ragazzi più giovani che bisogna lottare, bisogna crederci, bisogna partire con un profilo molto basso, con la voglia di imparare senza sentirsi i primi della classe. A volte gli schiaffi sono meglio delle carezze anche se in certe circostanze hanno interrotto la corsa di giovani musicisti prima del dovuto. Sicuramente bisogna avere dentro una grandissima forza di volontà perchè senza la vera passione, la comunità e la collettività servono a poco o a niente. A Radio Wave io incontrai Stefano Fragai e Fabio Mugelli che erano molto più grandi di me che mi accolsero quasi come un figlio; mi fecero ascoltare un sacco di musica che non conoscevo, mi fecero incuriosire. Forse oggi è la voglia di essere curiosi che manca. Ci accontentiamo di quello che ci passa fra le mani e non andiamo a cercare altro.

Concludiamo in musica. Scriviamo due barre a testa, se vengono bene, le incidiamo.

Inizio io:

Respiro l’aria nuova di una folla che si muove

Crowd come marea diretta sempre altrove

Io sono molto arrugginito quindi dirò la prima cosa che ho buttato giù senza cambiarla, così, alla buona:

Sangue misto culturale che ci scorre nelle arterie

Tiene viva la voglia di continuare assieme

Peace!

Gea Testi

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