The Night Writer di Jan Fabre con Lino Musella – Teatro Petrarca, 26 marzo 2019

Siamo nel 1988. In un video, la città di Anversa è ripresa dall’acqua. Il grigio che domina le immagini è un richiamo esplicito a una sorta di archivio storico; qualcosa che viene da lontano, ma non troppo. Una barca con tre uomini galleggia sul fiume Schelda, uno di loro è Jan Fabre, elegantissimo, in un impermeabile pallido. La mancanza di colori accesi spinge il pubblico a guardare oltre, un rituale che si ripeterà per tutta la durata dello spettacolo per svelarsi nella sua interezza solo alla fine, quando Fabre mostra alcune parole blu verso la telecamera, per poi lasciarle scivolare sull’acqua.

Hé, wat een plezierige zottigheid! Che dovrebbe suonare più o meno così: Ehi, che piacevole follia!

Ho scelto di iniziare dall’epilogo di questo spettacolo perché ho identificato un desiderio di Fabre: quello dell’abbandono dello spettatore, dell’annegamento nelle sue parole. Un naufragio leopardiano.

Poi il blu. Il colore blu. Il più ambiguo di tutti. È quello dell’inconscio, che identifica un carattere volubile e stravagante, che rimbalza dall’amore all’odio.

E la verità è che per scrivere di questo Giornale Notturno, si è costretti a tenere una sorta di diario dello spettacolo, a prendere appunti, a segnare aneddoti. Così i giornali notturni diventano due, quello di Fabre, interpretato da Musella, e quello del pubblico. Le riflessioni si moltiplicano, aumenta il conflitto, si amplifica il dualismo. E un dualismo amplificato è come un pluralismo anarchico. “Anarchia dell’amore, anarchia dell’immaginazione, anarchia dell’arte”, dice Fabre col corpo e la voce di Musella, che sotto la luce rossiccia di una singola lampadina sembra quasi un sacerdote pensieroso, a tratti turbato.

In questo racconto autobiografico c’è spazio per tutto tranne che per l’empatia. È uno spettacolo elitario e ostico, faticoso per chi lo interpreta e altrettanto per chi lo osserva. È il teatro che spesso non viene riconosciuto come tale, ma non per questo deve essere bandito, ostracizzato, condannato. Anzi. È il teatro funambolico di chi sale in scena senza una rete di protezione, che mostra qualcosa che richiede uno sforzo maggiore rispetto a una grassa risata per essere compreso.

No, compreso non è il termine giusto. La comprensione, nell’arte contemporanea, è assente come l’empatia. The Night Writer crea interrogativi senza fornire risposte; che ognuno si dia le sue. La sensazione è quella che le parole che vengono proiettate alle spalle di Musella a volte nascondano, invece di mostrare, lo stato delle cose.

L’interprete cammina su un tappeto di sale dove si conservano solo quattro pietre, le stein, in un gioco che, per fortuna, rompe il cliché del pessimismo tout court. Lo spazio stesso quindi è materiale dell’opera, da puro luogo fisico a eco di rumori di vita, dove il cuore di Musella batte dentro lo spessore delle pareti, amplificato dalle ombre riprodotte come fantasmi.

Uno dei momenti più significativi è l’esecuzione di My Way, gridata con l’anima e il volto di un Joker senza tempo, nemesi del cavaliere oscuro che risiede in ciascuno di noi.

“Ho vissuto una vita piena, percorrendo ogni singola strada maestra, e soprattutto, più di ogni altra cosa, l’ho fatto a modo mio”, dice il testo di Sinatra.

Allora quale senso cerca oggi un’opera del genere? Per Fabre probabilmente si tratta di una ricerca sul lavoro dell’attore e al pubblico non resta che accettare che “ogni vera bellezza è scomoda”.

Gea Testi

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