Giulia Blasi, giornalista e scrittrice, si occupa da tempo di femminismo. Ha un’indole tenace e piena d’ironia, e quando parla di fronte ai ragazzi di Verso – Urban Creativity Lab, che l’hanno ospitata all’interno di Inspiring People, si autodefinisce come un coniglietto Duracell, che dal 1973 colora di rosa l’immaginario delle batterie di lunga durata. Rosa, come la tonalità scelta dalla Women’s march che è la stessa della copertina del suo ultimo libro Manuale per ragazze rivoluzionarie (Rizzoli).

Un sabato pomeriggio ricco di temi da approfondire, dal sessismo benevolo («se lo conosci lo eviti»), alla campagna #quellavoltache, pioniera rispetto al #metoo, di cui la Blasi rivendica la maternità dichiarando che è il motivo fondamentale per cui è arrivata a scrivere il suo Manuale.

«C’è un equivoco di fondo su cosa sia una femminista. Al netto di chi nel ventunesimo secolo ancora ritiene che il termine designi una che “odia gli uomini”, l’idea che passa è che qualsiasi donna di carattere possa essere ritenuta una femminista. Se sei forte, coraggiosa, indipendente, badi a te stessa, fai i soldi, non ti fai mettere i piedi in testa da nessuno, allora sei una femminista. Non è proprio così».

Quando mi regalano un libro, io faccio sempre un gioco: lo apro a caso e leggo la prima cosa che mi capita. Nel caso del tuo Manuale per ragazze rivoluzionarie è stato «il famoso stereotipo della femminista con le ascelle pelose». Come ci si comporta con i cliché?

Partiamo dal presupposto che la donna non è mai abbastanza, quindi qualunque cosa tu faccia è sbagliata. Ci sarà sempre qualcosa che dobbiamo correggere, un difetto da far sparire, una cosa da minimizzare, un modo per valorizzarci. Se diamo valore al corpo solo attraverso l’estetica, tutto quello che possiamo dire o fare intorno al nostro corpo perde di senso e di significato perché è condizionato da uno sguardo esterno che noi stesse abbiamo introiettato.

C’è un termine che è tornato nel linguaggio quotidiano, dopo essere stato utilizzato negli anni settanta per riassumere l’idea dell’unione sociale tra le donne: la sorellanza. Cosa significa oggi questa parola?

Ci hanno insegnato che le donne sono le peggiori nemiche le une delle altre, che sono cattive, competitive, e questo fa gioco alla narrativa patriarcale. Se tu insegni alle donne a farsi la guerra e gli dici che non si devono fidare le une delle altre, lo faranno. A questo dobbiamo aggiungere che ci educano a giocare con le regole dei maschi, e quindi il patatràc è assicurato. Il massimo della sorellanza non sta solo nella solidarietà fattiva, pratica, che tu puoi trovare nelle altre donne, ma anche nel fatto che ci sosteniamo e ci valorizziamo nella nostra creatività, nell’arte, nella produzione di pensiero. Siamo sempre più portate a dare spazio, valore e sostegno alle nostre pari perché siamo più conscie del fatto che ci sia uno squilibrio di genere fortissimo e che i maschi ne siano sempre avvantaggiati. Molta della sorellanza passa dalla solidarietà intellettuale.

«Non importa quanto è piccolo il tuo contributo, quanto ti senti impotente di fronte al mostro. Puoi fare questa rivoluzione. Puoi farcela. Puoi essere l’eroina della tua storia, o il miglior sidekick del mondo per un’eroina di tuo gusto. Puoi essere quella che fa cambiare l’organigramma di una redazione o quella che diffonde la notizia che l’organigramma è cambiato. Puoi essere quella che fa le leggi che ci portano a una società più equa e libera dalla paura del diverso, o chi la vota. Puoi essere una voce tonante o unire la tua voce ad altre voci per alzare il volume».

Sei mai stata vittima di bullismo?

Sì, quando ero ragazzina e questa cosa mi ha portata a mia volta a bullizzare gli altri. Mi ha salvato il fatto che sono una persona molto empatica, per cui soffrivo per le mie vittime. Non aveva senso che io soffrissi per quello che mi veniva fatto e poi riproponessi la stessa sofferenza agli altri. Sentivo un forte senso di ingiustizia e quindi quella fase non è durata moltissimo. Semplicemente ho capito che non lo dovevo fare. Ma per sfuggire ai bulli mi sono dovuta isolare, rinunciando alla mia vita sociale.

Spesso per screditare le donne si fa leva sulla vergogna…

Non solo le donne non sono mai abbastanza esteticamente, ma non lo sono neanche moralmente. Tutto ciò che facciamo porta il segno della colpa. Del resto un’intera religione è stata fondata sulla nostra colpa. Noi siamo i figli di Eva, quella che non volle obbedire a Dio, si mangiò il frutto proibito e causò la cacciata dal paradiso. Quella colpa, storicamente, ci è fatta pagare, ad esempio partorendo con dolore; ci sono ostetriche che al giorno d’oggi ti negano ancora l’epidurale. Oppure con il ciclo mestruale, di cui paghiamo il prezzo, anche economico, perché non si ritiene che gli assorbenti siano un bene di prima necessità. La femminilità è considerata qualcosa di disdicevole.

Come ci si difende dalla propaganda antifemminista?

L’unico modo è ripetere le stesse cose molte volte. Ripeterle finché la gente non le capisce.

 

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Gea Testi

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