Intervista a Michele Guidi e Sam McGehee

Oggi vi voglio parlare di una realtà piuttosto singolare della nostra provincia: Broken Jump. Questa compagnia teatrale, nata nel 2018 e capitanata dai direttori artistici Michele Guidi e Sam McGehee, propone un nuovo modo di intendere il teatro, attraverso l’approccio site-specific.

Gli artisti di Broken Jump saranno presenti con varie performances all’interno dell’Arezzo Crowd Festival. Per tutti i dettagli date un occhio alla brochure online, vi aspettiamo!

https://www.arezzocrowdfestival.it/booklet/

Come vi siete conosciuti voi due?

Sam: Da tantissimo tempo, al Liceo se non mi sbaglio, attraverso la musica.

Michele: Sì, vero. Sam era bravissimo a suonare la batteria e il clarinetto. Poi al solito anche tramite gli amici della scuola. Io ho un suo ricordo, durante gli anni delle superiori, mentre lui era in scena con uno spettacolo di giocoleria. In seguito ci siamo dedicati a percorsi totalmente differenti.

Nello  specifico quindi il vostro percorso dopo le superiori qual è stato?

Sam: Io ho continuato a studiare musica, soprattutto il clarinetto, e mi sono avvicinato alla musica classica. Anche gli studi filosofici per me sono stati fondamentali. In seguito ho studiato in America e ho viaggiato molto: dopo essere ritornato in Italia dall’India mi sono inserito nel mondo del teatro e a quel punto ho ritrovato Michele, che nell’ambiente era già inserito.

Michele: io ho fatto un percorso molto più accademico, frequentando tre anni di Accademia di Venezia. Lì mi hanno insegnato le basi di tutti i linguaggi: dalla maschera, alla commedia dell’arte a quella classica. Il teatro site-specific ha destrutturato e messo in discussione quello che fino ad ora avevo studiato.

Voi vi occupate prevalentemente di site-specific theatre: di cosa si tratta?

Sam: Si trova soprattutto in Inghilterra. In Italia lo chiami “teatro in posti non convenzionali”. La cosa interessante del site-specific è fare teatro stringendo una relazione molto forte con uno spazio, un posto per meglio dire. Il posto implica la comunità intorno, la sua storia. Fare teatro lì e portare un aspetto ritualistico permette di far scoprire le storie incipienti al posto in cui lo fai e alla storia stessa che lo coinvolge. Questo crea una sinergia tra le persone e la geografia.

Michele: Mi ricordo quando Sam mi spiegò i tre fondamentali del site-specific. Io conoscevo questo modo di fare teatro solo a livello teorico, avevo visto qualche spettacolo alla Biennale, giusto perché lì passa di tutto.

E quali sono questi fondamentali?

Sam: In inglese sono host, ghost e witness.  Il ghost, il fantasma, è ciò che tu prepari, ovvero il tuo pezzo teatrale. L’ host è ciò che ospita la tua performance, il luogo che viene posseduto da quel fantasma che il tuo pezzo rappresenta. Il witness, ovvero il testimone, è chi viene a vedere quello che  vuoi comunicare. Giocano su un piano alla pari: ciò che dà significato all’effetto finale è sia il posto stesso che porta con sé un valore, sia le persone che vengono. Mi viene da pensare ad uno spettacolo che abbiamo fatto all’ex fonderia Bastanzetti. Abbiamo affrontato varie tematiche con le persone che sono venute, tra cui la guerra visto che lì si fabbricavano proiettili; queste hanno portato il loro ricordo di questo host  rendendo la narrazione ancora più vivace.

Michele: Inoltre tu puoi andare a studiare su tutti e tre i piani che Sam ha appena detto, oppure ti focalizzi su uno: puoi concentrarti di più sull’architettura di un posto, o sulla sua storia come nel caso dello spettacolo all’ex fonderia. Si chiamava “Il Fabbricante di Campane”, proprio per alludere al ruolo, alla storia che quel posto ha avuto per tante persone. Oltre a questo abbiamo giocato con tantissimi linguaggi, inserendo una partitura vocale, una musica, un pezzo di teatro danza.  In ogni caso, la base del site-specific sono i tre fondamenti di cui abbiamo parlato prima: è da quelli che per forza bisogna partire.  Poi si possono aggiungere tutte le sperimentazioni possibili: noi abbiamo creato ad esempio Promenade, che è sempre teatro site-specific ma itinerante nel borgo di Meliciano.

Che risposte avete avuto da chi si approccia a questo tipo di teatro per loro totalmente nuovo?

Sam: Mi ricordo di un feedback stupendo: “Bellissimo, bellissimo, non avevo mai visto il teatro in vita mia.”

Michele:  Io ho sempre in mente questa distinzione tra campagna e città: la prima simbolo dell’inconscio e dell’irrazionale, la seconda del razionale dove si perde la dimensione onirica. Dato che la nostra è un’epoca totalmente razionale io penso che cercare di diffondere questa magia del teatro, che è ritualistica, sia fondamentale. La risposta è stata ottima, non ci aspettavamo così tante persone:  circa duecento! Il rituale lì è stato che tutti erano coinvolti in questa passeggiata, in questa Promenade. È nato senza che noi lo potessimo prevedere, il pubblico è stato veramente attivo.

Quindi avete invertito la logica di questo linguaggio. Non più le persone che vanno a teatro, siete voi che lo portare nei luoghi di significato della comunità.

Michele:  È  lì che avviene il rituale. Nel caso di Promenade, tutto il paese diventa palcoscenico. La nostra idea sarebbe poi di sperimentarlo in più borghi: molti  di questi, pur essendo bellissimi, sono ormai quasi disabitati e sarebbe un’occasione per farli rivivere. Sia Sam che io siamo affascinati dalla vita rurale: lui per il suo aspetto filosofico, io perché fa parte del mio retaggio culturale. Il tema dell’ancestralità è il nostro motore: in seguito lo sperimentiamo e lo destrutturiamo secondo il nostro pensiero artistico.

Sam: In Toscana poi il voler mettere un’immagine sul suolo toscano vuol dire tanto. È un suolo che ha visto secoli di cultura svilupparsi. Questo è sempre molto sentito da chi ci abita, però con un’immagine sopra viene ancora più evidenziato. Noi in questo senso possiamo essere sia molto diretti, sia più sperimentali in quello che vogliamo comunicare.  Tu puoi creare un pezzo che possa servire a proporre un’idea, un pensiero nella mente di chi ti viene a vedere, altrimenti puoi chiedere al tuo pubblico di diventare co-direttore di quello che vuoi raccontare.

Al giorno d’oggi la sensazione che ho è che da parte dei giovanissimi, costantemente bombardati dagli stimoli del mondo virtuale, il teatro sappia di vecchio.

Michele: Oggi stiamo un po’ uscendo da quel tipo di teatro che l’Italia ha sempre portato avanti, ovvero il teatro di parola: tanto testo, una scenografia dell’Ottocento e il teatro che sa di polvere. Adesso fortunatamente torna al centro il fisico, l’attore. È il qui ed ora che viene proposto dalle compagnie giovani. È fondamentale essere presenti e mandare un messaggio diretto nell’immediato.

Sam: Io sono uno che è rimasto molto indietro, senza lo smartphone addirittura e sarei per fare il teatro povero, alla Grotowski.  Questo non è possibile, ecco. Mi sono ritrovato spesso a lavorare con persone che invece proponevano progetti fatti con il multimediale: io non sono un intenditore, ho cercato di essere aperto e di buttarmi. In questo campo è fondamentale però per me poterci giocare con la tecnologia, far sì che rimanga uno strumento a mia disposizione e non il contrario. Dovremmo essere programmatori e non passivi e questo è molto difficile.

Michele: Oltre a questo io vedo che, lavorando molto con i bambini, c’è una certa urgenza da parte dei genitori di allontanarli dal telefono, richiesta che viene soprattutto dai genitori più giovani.

Voi siete i direttori artistici di Broken Jump. Ci potete parlare del gruppo di artisti che prendono parte alle vostre performances?

Sam: Abbiamo un gruppo di persone con il quale abbiamo sviluppato un linguaggio comune. Non abbiamo però un ensamble fisso. Una delle idee per cui era partito Broken Jump era appunto questa: non conosciamo tanti artisti bravissimi. Che pensiero possiamo sviluppare per permettere loro di lavorare a progetti comuni? Siamo partiti quindi dal capire cosa e chi un certo luogo o uno spettacolo richiedeva di volta in volta per poi scegliere degli artisti sempre diversi.

Grazie mille ragazzi, ci vediamo all’Arezzo Crowd Festival!

Alessandra Bracciali

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