Intervista a Paco Mengozzi

Mi piace pensare che in un futuro non remoto mi troverò a riflettere sulle persone che ho incontrato, che si sono distinte nell’opportuna descrizione di ciò che hanno offerto al prossimo e di ciò che hanno ancora da offrire. Una generazione che si è inventata un mestiere, forte delle proprie capacità e dei propri linguaggi, con un’idea di base: che il tutto è maggiore delle parti.

Negli ultimi anni abbiamo imparato, a nostre spese, che la cultura si deve costruire con le mani, altrimenti avrà lo stesso aspetto di una moneta gettata in una fontana durante Italia ’90; se ci sarà ancora sarà incrostata, altrimenti non troveremo né la moneta, né l’acqua, e forse neanche la fontana.

La cultura si fabbrica, non si consuma. La cultura è libera scelta, nel senso che possiamo scegliere come contribuire a un sistema funzionante, leggibile, costituito da tanti soggetti e contesti vivi.

Ci sono realtà che spingono verso un cambiamento radicale di mentalità e per farlo meglio si mettono insieme unendo le forze. È nata così la collaborazione tra Arezzo Crowd Festival e Men/go Music Fest, che al loro interno racchiudono già buona parte di quelle nuove generazioni di cittadini capaci di capire e sviluppare relazioni positive con gli altri. Una complicità che si è concretizzata il 31 maggio 2019 con il successo della Sant’Agostino Night, una festa di piazza, una creazione collettiva che ha contribuito alla popolarità della sezione parties del Crowd.

Paco Mengozzi, direttore artistico del Men/go Music Fest, ha risposto ad alcune domande sulla tendenza verso l’apertura mentale e la curiosità in un festival radicato nel territorio dove più persone collaborano per raggiungere lo stesso obiettivo.

Molti definiscono Arezzo come una realtà culturalmente difficile, spigolosa, per certi versi chiusa. Cosa ha prevalso in questi anni di vita del Mengo, la paura di non sopravvivere o la fiducia in un percorso d’eccellenza?

Ha prevalso sempre la fiducia in fare qualcosa di bello. Arezzo è una città difficile, va compresa, studiata e assimilata, ma sa sicuramente premiare gli sforzi delle persone, sa riconoscere la qualità e l’impegno. Nel nostro caso il gruppo di volontari che dalla prima edizione si sono fatti in quattro per organizzare qualcosa di importante hanno dimostrato che con un gruppo di persone in gamba si può fare di tutto e, una volta compatti e uniti, la paura di non farcela non è un rischio che può spaventare, perché in qualche modo si è già vinto: portare avanti insieme un progetto importante.

Quanto influiscono i feedback e i gusti musicali del pubblico nella scelta della line up?

Influiscono come stimolo a cercare sempre qualcosa di nuovo e stimolante, ma non incidono nelle scelte, perché ci sono tantissimi fattori che vengono valutati e vanno oltre il gusto del pubblico. Sicuramente però sono informazioni che raccogliamo con piacere e con il sorriso. Gli stimoli sono tantissimi e quelli che arrivano dagli amici e dal pubblico sono sicuramente importanti.

Raccontami un aneddoto della primissima edizione.

 Delle primissime edizioni ricordiamo con il sorriso le visite dei vigili che arrivavano sempre poco dopo l’inizio dei concerti a dire «ma che state facendo?»

Ovviamente avevamo i permessi ma ancora l’idea di poter fare un festival a Tortaia sembrava un’utopia. Finiva sempre con qualche risata e un panino con la salsiccia.

Nel 2018 avete scelto una location più impegnativa, passando da Tortaia al Prato. C’è un motivo legato alla politica culturale di Arezzo o avete sentito semplicemente la necessità di crescere all’interno di un luogo pubblico ancora più vissuto?

È stato un percorso di crescita costante. Tortaia, la casa dove siamo nati, era arrivata al massimo delle sue potenzialità e da evento di quartiere eravamo diventati un potenziale disagio per i residenti, perché il numero di partecipanti al festival iniziava a creare problemi di parcheggio e proprio di capienza nel parco. A malincuore abbiamo analizzato tutto questo e abbiamo capito che era arrivato il momento di fare un passo in avanti, molto rischioso ma anche molto stimolante. Devo dire che è andata molto bene, ancora siamo legatissimi a Tortaia, ma il Parco del Prato è davvero una location perfetta e bellissima.

In questi anni qual è stato l’artista che vi ha reso più orgogliosi con la sua partecipazione?

Ce ne sono stati tanti. Vedere negli ultimi mesi artisti che sono stati al Mengo fare il pieno negli stadi, nei palazzetti più prestigiosi e in altre location importantissime ci riempie di orgoglio. Oppure i successi legati a Sanremo o al primo maggio. Basta pensare a Calcutta, Salmo, Levante, Zen Circus e tanti altri. E poi sicuramente restano nel cuore anche alcuni momenti con artisti internazionali: Whomadewho fecero un concerto pazzesco. Penso anche a Son Lux o Shigeto, sono artisti che hanno un posto importante nelle line up dei festival europei più grandi. Infine, nel 2009 il concerto dei Ministri, il primo di una band che seguivamo più da fan che da addetti ai lavori. Riportarli nel 2018 è stato come chiudere un cerchio ed è stato bellissimo.

Come sarà il Mengo del futuro? Oltre alla musica, agli incontri letterari e al cinema, avete altre idee?

Le idee sono quelle di fare sempre cose interessanti, avvicinare tanti generi culturali e presentarli al festival, con la musica come elemento di continuità. Sicuramente le mostre potrebbero essere un elemento importante, magari legate al mondo dei fumetti, che sentiamo molto vicino. Comunque l’importante è avere sempre un approccio propositivo e attento, le energie e le idee non mancano e ci sono tantissimi ragazzi che hanno voglia di darsi da fare e che sicuramente ci aiuteranno nei prossimi anni.

Gea Testi

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