Non riesco a scrivere quest’articolo in questo momento. Ho provato mille inizi diversi, ma non mi viene nulla in mente.

Aspettate che ci riprovo.

Niente. Non ce la faccio. Vorrei scrivere un pezzo sulla mia esperienza come spettatrice al Kilowatt Festival, ma non so davvero da dove partire, pur sapendo che ho tante cose in mente, come al solito.

Vi giuro che volevo fare una cosa molto bella, un collegamento iniziale davvero interessante, di quelli che all’inizio ti fanno sentire intelligente, poi ti rendi conto che in realtà sembri solo fatto di droghe pesanti.

Il fatto è che, per quello che mi riguarda, è stato già detto tutto la sera del 24 luglio all’interno dell’Auditorium Santa Chiara, nel corso della diciassettesima edizione del Kilowatt Festival, come sempre nella location storica di Sansepolcro e sotto la direzione artistica di Luca Ricci. Insieme al mio gruppo di scapestrati dell’Arezzo Crowd siamo andati a vedere FaustBuch, della Compagnia degli Scarti: questo spettacolo è stato selezionato tra più di 200 opere dal progetto Visionari del Kilowatt Festival, che ormai è un’istituzione. Un gruppo di non professionisti dell’industria teatrale abitanti nella Valtiberina Toscana si riunisce da novembre a maggio, per vedere spettacoli e selezionarne nove che poi costituiranno la “Selezione Visionari” durante il Festival che si svolge a Luglio.

FaustBuch è una riscrittura del Faust di Marlowe, con una piccola grande differenza: il protagonista, Fausto, interpretato da Enrico Casale, non brama i servigi di Mefistofele per ottenere la Conoscenza, ma la gloria dei Talent Show. Fausto è un bambino troppo cresciuto che non vuole essere dimenticato, un cavaliere inesistente che vuole spiccare sulla massa non perché sente di avere qualcosa da dire, ma perché ha paura di scomparire nel nulla, di morire e non venire ricordato. Wagner (ndr: interpretato da Michael Decillis), al contrario, è un servitore alla Gurdulù:  un Sancho Panza innocente che pare quasi innocuo, ma estremamente presente nel qui e ora.

Raramente ho riso durante questo spettacolo, anche se è stato presentato come comico. Mi veniva quasi da piangere in realtà, perché l’ho trovato vero da fare quasi male. Ho visto la paura di una generazione, la mia, quella dei nati a fine anni Novanta. Ho rivisto quel panico che ti strangola quando non sai cosa fare della tua vita e ti aggrappi all’inesistente pur di non scontrarti con il reale. Ho riassaggiato di nuovo il gusto della paura del confronto che ti avvelena e conduce all’apatia, sapore che onestamente mi ero ripromessa di non riprovare più. Mi sono trovata stretta tra due fuochi che conosco bene. Quello bello, fatto con la legna buona di quercia, che brucia quando senti che ogni secondo della tua vita ha un valore. Quello un po’ meno bello fatto con la legna bagnata, che non esiste ma vorresti tanto che ci fosse e ti fa arrabbiare perché non hai altra legna più asciutta da poter accendere.

Non ho potuto inoltre fare a meno di notare come la voglia di Fausto di essere famoso e  di essere acclamato da tutti non sia data altro che dalla  paura di essere dimenticati, e quindi di morire, che attanaglia mezzo mondo occidentale. Paura che è la vera ragione dietro agli interventi di chirurgia estetica, ai filtri di Instagram e alle tinte per coprire i capelli bianchi. Ma non dovrebbe essere come dice Gandalf ne Il Signore degli Anelli? La morte non dovrebbe essere solo un’altra via? Perché c’è così tanta paura di morire se tanto le cose peggiori che possono succedere ci capitano mentre siamo vivi?

No, secondo me il problema non è morire, non è che gli altri ci dimentichino o che il nostro corpo si sfaccia lentamente. Il problema è dimenticarsi di se stessi e del proprio valore che c’è sempre, solo che non è uguale a quello delle persone che ci circondano. Allora, una volta realizzato questo, la morte diventa una tappa e  l’oblio una necessità piacevole dopo una vita che ha raggiunto l’essenziale.

E penso quindi al gruppo dei Visionari che ha scelto questo spettacolo e che ringrazio di cuore. Vi siete presi una responsabilità non da poco, quella di scegliere per gli altri. Avete chiesto fiducia e vi posso dire che, dopo aver visto FaustBuch, sono contenta di avervela data. Essere un Visionario a Kilowatt vuol dire molto. Richiede una notevole dose di empatia e di capacità di rimanere collegati con il presente, che cambia talmente veloce che neanche ce ne accorgiamo. Vuol dire però anche lanciarsi nel futuro, e farlo in gruppo è sicuramente meglio che farlo da soli.

Alessandra Bracciali

 

foto di Elisa Nocentini e Luca Del Pia

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