Lorenzo Palloni, fumettista e sceneggiatore, è uno che ama davvero le storie. Abbiamo tante cose in comune, soprattutto una venerazione per Werner Herzog. A questo proposito vorrei prendere in prestito le parole di Klaus Kinski, per definire l’amicizia che ci lega da dieci anni: «Herzog è pazzo, e lo sono anch’io, per questo lavoriamo così bene insieme».

Beh, per me e Palloni è un po’ lo stesso.

Ci siamo incontrati allo spazio Verso – Urban Creativity Lab, e questo è il risultato di una serie di domande brutali, articolate con l’unico intento di metterlo in difficoltà.

Partiamo da un messaggio che ti ho inviato il 27 settembre 2019: «Stanotte ho sognato che sceneggiavi un film e diventavi milionario», due giorni dopo è arrivato il premio Boscarato al Treviso Comic Book Festival e poi il premio Gran Guinigi al Lucca Comics & Games (entrambi come miglior sceneggiatore con La LupaInstantly Elsewhere). Praticamente mi devi un paio di oscar del fumetto. Cosa è successo negli ultimi 5 mesi?

Beh, effettivamente il premio di Treviso è chiamato il Boscar.

Negli ultimi mesi è successo di tutto, compreso l’avvicinamento al mondo del cinema. Con un po’ di visibilità in più un sacco di gente si è interessata a versioni cinematografiche dei miei fumetti, ma anche a collaborare con me attivamente su progetti legati al cinema. Domani infatti vado a Roma a parlare con un regista di una sceneggiatura. E poi c’è l’animazione. Mi ha contattato una signora che ha lavorato per lo Studio Bozzetto per realizzare dei cartoni.

Il fumetto non è più solo fumetto, le idee si espandono e diventano qualcos’altro. Negli ultimi mesi ho capito che è più interessante raccontare storie, concepirle. Non cambia il lavoro ma cambia come gli altri vedono il tuo lavoro. Le storie possono non fermarsi sulla carta, ma essere anche altro. Non è detto che siano migliori o peggiori, semplicemente possono “andare” anche attraverso un altro medium.

Si dice che le persone creative abbiano difficoltà a conoscere se stesse; la mente creativa spesso è un caos, un continuo paradosso. Tu come gestisci la cosa?

Io mi concepisco poco creativo, ed è quello che un po’ mi salva. Mi sento più tecnico, più artigiano. Per esempio Martoz, Vittoria Macioci e Laura Guglielmo, con cui ho fatto gli ultimi tre libri, sono persone estremamente “artistiche”, ovvero persone che hanno un livello di creatività molto più alto del mio e un livello di vita sociale molto differente: randomico, sciamanico. Io sono più terra a terra.

Spesso chi pensa a se stesso come a un artista ha un ego che si pone sempre un pelo al di sopra degli altri. La cosa bella di fare un lavoro come il mio è che se ti scopri non lo fai mai tramite un’autoanalisi, ma attraverso le storie che fai. Per esempio tantissime cose che riguardano Mooned mi sono accadute dopo. Certi movimenti mentali probabilmente esistevano già. Lì puoi conoscerti: se presti abbastanza attenzione alle cose che fai.

Storia breve o narrazione lunga?

Ti provocano due sensazioni diverse, sia il leggerle che il farle. La storia breve è un viaggio in decappottabile: superveloce, dove ti becchi il vento in faccia e forse c’è anche un po’ di pericolo. La narrazione lunga è un viaggio in camper: ti porti tutto dietro, magari è più faticoso però riesci a vedere ogni cosa, a fermarti ogni tanto a guardare il paesaggio. Nonostante le differenze, entrambe ti portano allo stesso punto. Per quanto mi riguarda forse preferisco la storia breve, perché si concentra di più sull’idea, e io sono interessato al concept.

La sceneggiatura di un fumetto condivide il linguaggio tecnico del cinema. Immagino però che ci siano delle differenze. Quali sono?

Nella sceneggiatura cinematografica si specifica la scena, ma non la suddivisione temporale di quella scena. Tutto è legato al tempo. La sceneggiatura cinematografica, più è allargata e meno specifica, più è stimolante per il regista. Ovviamente dipende dal regista.

La vera differenza è che quando scrivi una sceneggiatura per il cinema hai in mente sempre un qualcosa di fisico, che deve rispettare un certo budget. Nel fumetto hai un film a budget illimitato, puoi immaginare quello che vuoi.

Se tu dovessi realizzare un fumetto basato su una storia vera, quale sceglieresti?

Non ho mai fatto storie vere, perché la realtà mi annoia immensamente. La fantasia vincerà sempre sulla realtà perché paradossalmente è molto più vera, puoi dire quello che tutti pensano senza sminuire un messaggio. Forse dovrei chiedere a Werner Herzog, che è l’unico che sa scegliere tra le storie vere quelle che contano. Comunque non è detto che la storia più interessante sia quella più conosciuta… sospendo la risposta e ci penso un attimo.

Temi il giudizio dei lettori?

È brutto dirlo, ma no. Per me raccontare storie è mettere una tacca, è dire «ok questa è fatta, non c’è più da farla». Sicuramente è un meccanismo di autodifesa, so che dovrà leggerla qualcuno, che potrà piacere o non piacere, e forse a livello inconscio la paura del giudizio c’è. Però mi interessa di più il giudizio sul fumetto in fieri, quando lo faccio leggere per esempio ai miei colleghi, mi interessa sapere cosa ne pensano loro, se l’editing ha un senso, o come può cambiare il fumetto in maniera positiva. Quando sento di aver reso la storia al 100% di quello che poteva essere a quel punto sono tranquillo con me stesso. Quello è l’unico giudizio che temo, sul fumetto, ma quando ancora non è finito.

Ti chiedi mai come scegliere un linguaggio che sia comprensibile a più persone possibili?

Sì, non tanto nelle storie che faccio per me stesso, ma per esempio per quanto riguarda l’Università di Siena sugli adattamenti scientifici. Lì devo trovare un linguaggio adeguato perché è un lavoro pensato per un target di bambini, ragazzi, o young adults. In base a quel target scelgo il livello di linguaggio. È complesso trovare quello giusto, però non lo faccio mai sulle mie cose. Nelle storie che faccio per Mammaiuto il linguaggio è il mio, è quello basico di chi legge molti noir, di chi legge tanta letteratura. Molto spesso, ed è un mio difetto, utilizzo dei termini troppo letterari, e questa cosa viene dal fatto che leggo più libri che fumetti. Lì entra in gioco l’editing, io non me ne posso accorgere, chi le leggerà si accorgerà di questa cosa al posto mio.

Nelle tue storie c’è un sentimento che prevale e che guida i tuoi personaggi?

La confusione. Io faccio solo cose sull’identità e sul tempo. Di conseguenza in ogni storia il personaggio auto-scopre chi è, e scopre il suo rapporto col tempo. All’inizio ogni personaggio sarà confuso, anche se parte da un’idea di solidità. La confusione è necessaria perché le domande sono quelle che spingono il tutto.

Torniamo alla storia vera…

Ce l’ho. È la storia della famiglia di mio padre. Una famiglia di pazzi veri. È da tanto che voglio raccontare questa storia in una maniera particolare. Sono cinque personaggi: il babbo e la mamma, lui e i suoi due fratelli. Ognuno ha sempre avuto una dinamica estremamente letteraria, sono quasi tutti “criminali” umani, mentali ed emotivi, hanno fatto del male a loro stessi e a chi volevano bene, per loro natura. È un concetto quasi verghiano. Mi piacerebbe raccontarli scardinandoli dal tempo, personaggi rimasticati in un’ottica fantasy temporale. È l’unica storia vera che mi interesserebbe raccontare, come quelle persone sono arrivate emotivamente a essere completamente sbilanciate in negativo. Cinque criminali emotivi che fanno del male a se stessi e agli altri. Come fa un essere umano ad arrivare a quel punto?

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Gea Testi

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