L’intervista a Michele Borgogni e Andrea Berneschi

Venerdì 31 maggio, all’interno della sezione Incontri Letterari, il Festival ospiterà Michele Borgogni e Andrea Berneschi, autori aretini di fantasy, fantascienza e horror.

Come prima domanda vorrei chiedervi: scrivere fa bene alle idee?

Michele: Una domanda forte, per cominciare! Penso che scrivere faccia benissimo alle idee! Ma partiamo da prima ancora: leggere fa bene alle idee, apre una finestra sul mondo, istruisce al confronto, educa al rispetto e alla curiosità. Scrivere aiuta a mettere a fuoco ciò che si pensa, spesso anche a capire se si tratta di una cosa intelligente o meno. Serve ad ascoltare se stessi, è rilassante, trovo che sia un indispensabile aiuto per la memoria e la concentrazione. Scrivere per essere letti è ancora qualcosa di più: obbliga in un certo senso a vestire i panni dell’altro, a vivere punti di vista diversi, a mettersi alla prova. Scrivo, per diletto o lavoro, da quando sono bambino, e penso che questo mi abbia aiutato tanto. Farebbe bene a tutti, soprattutto (almeno in principio) con una penna in mano, anche a rischio di apparire antichi.

Andrea: Se ogni mattina trascriviamo su un quaderno i nostri sogni, dopo qualche settimana ci accorgeremo che questi diventano più vividi. Lo stesso avviene con i racconti: nei periodi in cui scrivo di più me ne vengono ogni giorno a decine, almeno come abbozzi e progetti. Non è un caso che sognare e inventare storie abbiano in comune qualcosa: in entrambi i casi la nostra mente è attiva, ma noi non abbiamo il controllo totale su ciò che produce.

Ci sono degli scrittori a cui siete legati, che magari vi hanno influenzato nel vostro percorso creativo?

Michele: Sono sempre stato un lettore onnivoro e capace di saltare da un argomento e uno stile ad un altro quasi opposto, quindi una lista di autori che mi hanno influenzato sarebbe lunghissima e apparentemente strampalata: da Buzzati a Lovecraft, da Sartre a Benni. Un lettore in una recensione su Amazon alla mia raccolta di racconti ha immeritatamente paragonato il mio stile a quello di Terry Pratchett e Fredric Brown; a parte l’abisso che ci separa qualitativamente, sono stato felicissimo di leggere questi due nomi, perché sono sicuramente due tra le mie ispirazioni principali – Pratchett con alcuni personaggi dei suoi libri è anche tatuato sulla mia spalla sinistra.

Un altro nome che mi sento obbligato a citare è quello di Douglas Adams, visto che la sua Guida Galattica per Autostoppisti è stato forse il romanzo (se devo citarne uno) che ha cambiato il mio modo di scrivere. Prima per me la scrittura era soprattutto introspezione, dopo Adams ho scoperto l’ironia: un’arma complicatissima da usare, ma anche potentissima. Da esercitare ogni giorno. Infine, consentimelo… Andrea Berneschi. Ho avuto l’ispirazione per alcuni miei racconti di mostri – e per pubblicarli in una raccolta insieme ad altri che avevo già in archivio – dopo aver letto il suo strepitoso Kaiju Delicatessen, quindi è innegabile come sia stato un’influenza importante nel mio percorso creativo!

Andrea: Tra quelli che scrivono libri nei generi di cui mi occupo (Sword and Sorcery, Horror, Fantascienza) direi soprattutto Clive Barker, Clark Ashton Smith, James G. Ballard. Ogni scrittore comunque deve aver letto un po’ di tutto, anche dei generi che non pratica. I classici, insomma, bisogna conoscerli.

Avete entrambi un blog. È un modo per essere identificati come autori? Tutto nasce dalla volontà di condividere contenuti?

Michele: Se devo essere sincero anche se ho scritto in numerosi blog per tantissimi anni faccio un po’ fatica a considerarmi un blogger, e ancor più a definirmi autore. Mi piace descrivermi come scribacchino, senza falsa modestia ma per sottolineare la mia tendenza a scrivere di qualsiasi cosa, per il piacere di farlo. Per me nasce tutto dal bisogno di esprimere opinioni. Su cinema, musica, politica, letteratura, fumetto, qualsiasi cosa. E in parte anche dal bisogno di liberare la mia testa da tutte quelle cazzate che vi vorticano dentro.

Il blog si trova qui: http://www.cumbrugliume.it/

Andrea: Tremo al pensiero che 30 anni fa il mio lavoro di promozione si sarebbe limitato a inviare lettere e manoscritti alle case editrici e aspettare pazientemente una risposta.

Per fortuna esistono i social, potenzialmente utili ma sempre più caotici e difficili da usare bene, e i blog, che sono molto meglio.

In origine avevo un blog in cui pubblicavo anche dei racconti, poi l’ho chiuso e ne ho aperto un altro in cui mettere solo le copertine dei miei libri e le recensioni ricevute dai lettori. Da qualche settimana ho deciso di ampliarlo aggiungendo articoli di vario tipo.

Il blog si trova qui: https://andreaberneschi.wordpress.com/

Una domanda che mi sta a cuore. Come trattate i personaggi maschili e quelli femminili? È innegabile che ci siano delle differenze. Come vi comportate?

Michele: In una famosa intervista di molti anni fa Gabriel Garcia Marquez ha detto che un buono scrittore dovrebbe scrivere solo di ciò che conosce. Nonostante tutti i miei sforzi, ahimè, non posso dire di conoscere le donne, ed è per questo che fatto salvo qualche piccolo esperimento i miei racconti non hanno mai adottato punti di vista femminili. Ci ho provato, più di una volta, ma ho sempre avuto la sensazione di risultare finto. Non cerco il politically correct né temo giudizi o polemiche, i personaggi femminili che scrivo possono essere deboli o fortissimi, comuni o speciali, ma quello che conta per me è che appaiano in qualche modo realistici, ed è per questo che piuttosto che entrare nei loro pensieri preferisco guardare le donne dal punto di vista di un narratore maschile. La vedo come una questione di rispetto.

Andrea: Ho scritto molte storie nelle quali i personaggi più importanti sono femminili. È una donna, per esempio, la protagonista dell’horror fantascientifico Il cimitero dei Kaiju, e nel ciclo di Cartagine pubblicato sulla rivista Lost Tales ci sono streghe, guerriere, donne di ogni ceto e condizione sociale. Credo di essere riuscito abbastanza bene a rendere i personaggi femminili; i lettori, almeno, hanno apprezzato.

Pensiamo a un film come Alien: sarebbe molto meno coinvolgente senza Sigourney Weaver. Anche nell’horror ci sono registi (penso per esempio a Mike Flanagan, o Jordan Peele) che riescono a creare personaggi femminili molto credibili. Il fantasy poi è più interessante se ha per protagonista una donna, invece del solito eroe muscoloso alla Conan.

Facciamo un gioco. Abbiamo la DeLorean di Ritorno al Futuro. Che data digitate e perché?

Michele: 07/09/1968. In quella data in Danimarca si sono esibiti per la prima volta insieme Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham, sotto il nome di New Yardbirds. Qualche mese dopo cambiarono nome in Led Zeppelin. La loro musica mi ha accompagnato da quando ero adolescente, sentirli suonare in un piccolo locale, con tutta l’energia e la fame degli inizi, sarebbe un sogno. Poi magari mi farei un giretto di qualche anno nell’Inghilterra di quel periodo, non è che devo restituire subito la DeLorean, vero?

Andrea: Vorrei tornare nella preistoria per indirizzare i destini dell”umanità verso strade migliori; credo però che, se tentassi davvero l’impresa, nel mondo del passato durerei al massimo un paio d’ore, poi qualcuno mi farebbe fuori.

Invece un mio racconto che tratta di queste cose (si chiama Macchine nel tempo) uscirà a breve sul sito del collettivo artistico DustyEye https://www.dustyeye.com/ . Fa parte di un progetto che riguarda l’androide n.44, il primo ad essere “emotivamente avanzato”. Non sapete chi è? Facile: il suo volto compare sulle banconote Ukron (una breve ricerca su Google e lo vedrete).

Il titolo di un racconto che non avete ancora scritto?

Michele: Poltiglia. Una storia romantica fin quasi allo stucchevole, e assolutamente schifosa. Ce l’ho in testa da un paio di anni, appena riuscirò a diventare sufficientemente sensibile comincerò a lavorarci seriamente.

Andrea: Quella strana macchia scura in cucina non è una macchia

Grazie!

Gea Testi

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