Intervista a Silvia Ciarpaglini

Il 28 aprile torna il Grande Mercato delle Pulci ad Arezzo Fiere e Congressi. Una ex piccola realtà talmente affidabile e concreta da essersi trasformata in pochissimo tempo in un evento che accoglie più di 700 banchi tra svuota soffitte, collezionisti e hobbisti vintage, artigiani e sbaracco negozi.

Abbiamo incontrato per l’occasione Silvia Ciarpaglini, ideatrice e organizzatrice del Mercato delle Pulci, che adesso è alle prese anche con la direzione artistica di Palazzo Chianini Vincenzi. Lì è approdato l’incubatore creativo di design Camere civico 15, uno spazio polifunzionale, per esporre e lavorare.

Sciascia diceva che un’idea morta produce più fanatismo di un’idea viva. Che rapporto hai con le tue intuizioni in una città che, in certi ambienti, fatica ad accettare le novità?

Più che altro fatica a riconoscere le potenzialità. Non si è mai riusciti a capire, agli albori, se qualcosa poteva funzionare semplicemente con un po’ di sostegno. Ci sono tantissime realtà che sono nate “piccole” come il Mengo o la rassegna Arezzo & Fotografia di Imago, che poi sono diventate importanti. Credo che basterebbe prestare più attenzione a certe dinamiche non solo della città, ma del Paese. Invece purtroppo ci troviamo spesso in situazioni in cui non si capisce se manca la competenza, quindi non c’è la capacità di riconoscere quello che è attrattivo o, al contrario, se c’è una certa dinamica politica che ci costringe a guardarci l’ombelico, non consentendo di liberare energie nuove. Da un lato quindi non si riesce proprio a cogliere le possibilità, probabilmente perché non ci sono le figure giuste ai posti di comando, dall’altro c’è una chiusura che non consente ai parvenu di emergere.

La cosa interessante è che spesso dall’apatia delle istituzioni scaturiscono delle esperienze di democrazia, di uguaglianza e di cittadinanza assolutamente rivoluzionarie. Ti senti un’indomita pioniera o sei rimasta un’umile pulce?

Certe esperienze nascono in momenti di grande crisi, come quando si formò Neo-on dopo l’abbandono di Arezzo Wave alla città. In un certo senso ci ritrovammo tutti orfani. Mentre il Comune andò a cercare soggetti fuori Arezzo, le associazioni che si occupavano di cultura si misero insieme per dare una risposta identitaria e di orgoglio. In quell’occasione chiedevamo attenzione e trasparenza. Oggi siamo in una situazione analoga. Le persone sono stanche, perché non vengono mai riconosciuti né la bravura né i meriti. Si continua ad andare avanti con dinamiche consociative che non tengono conto delle competenze che ci sono in città e che sono vastissime.

In un articolo del Sole 24 Ore Arezzo è stata classificata abbastanza in alto nell’ambito dell’impresa culturale, una stima che condivido, conoscendo le attività di molte realtà associative e non solo. Semplicemente, non c’è un riconoscimento formale né un aiuto, non solo a livello economico ma neanche logistico. Però questa mancanza ha insegnato a molti di noi a fare le nozze con i fichi secchi. Siamo diventati bravissimi a fare cose enormi con pochissime risorse.

Con i progetti del Mercatino delle Pulci di Arezzo e adesso con Camere civico 15 all’interno di Palazzo Chianini Vincenzi hai maturato una certa competenza nella valorizzazione degli spazi, anche di quelli non convenzionali. Cosa ne pensi della tendenza centripeta per cui spesso le iniziative più incentivate sono quelle che si svolgono dentro le mura della città?

Il fatto di privilegiare il centro storico deriva totalmente da un’esigenza delle categorie. Nel momento in cui si pensa che i commercianti valgano più dei cittadini, ecco che una città è già allo sbando. Si dice che certe iniziative servano per non spopolare il centro storico, ma ci sono altri progetti che potrebbero sostenere questo tipo di dinamica e manca l’interesse verso tutta una serie di spazi dove le attività culturali servirebbero come il pane.

Ad oggi, fare eventi all’aperto è proibitivo a causa dei costi che comportano la sicurezza e tante altre cose. Quando eravamo a Campo di Marte con il Mercatino chiedemmo un aiuto al Comune proprio per poter restare; un aiuto che non arrivò mai se non dopo tre anni. Questo comporta perdere quello che c’è e aspettare che si ricrei. Quindi, quella fra l’Amministrazione e la realtà culturale della città è una serie di incontri mancati. È facile fare eventi nel centro storico, dove c’è già un bacino di utenza. La vera sfida è scommettere dei soldi dove la gente la devi portare te.

C’è un fil rouge nella tua testa?

(ndr: Sorride) Sì c’è, ma è un’indole personale. Quello che ho in mente è che si arrivi un domani a liberare le energie di questa città. Penso a una situazione in cui l’Amministrazione faccia semplicemente da arbitro e da smistamento, ma dove la realtà aretina è talmente forte e consolidata che può organizzarsi da sé. Tant’è che io sono tra quelle persone che ha sempre richiesto addirittura la scomparsa dell’Assessorato alla Cultura. Ci vorrebbe un ufficio, che sia uguale per tutti, dove avere a disposizione luoghi, accessi, aiuti, semplicemente con una domanda basica.

Si dice che dove c’è un attore, c’è teatro. Dove c’è una pulce, c’è mercato? Quello che porti avanti è un modello di economia solidale basata su nuove relazioni tra soggetti dove c’è cooperazione e reciprocità?

In ogni caso, gli eventi che faccio da una parte vogliono rivolgersi a tutta la città, con l’idea che la cultura non necessariamente debba essere alta o sacrale; dall’altra ho proprio il desiderio di aiutare anche tutti coloro che sono un po’ indietro o che si devono apprestare a fare la stessa strada che abbiamo fatto tutti, e che è faticosissima. Mi auguro una partecipazione delle persone sempre maggiore, ma anche un aumento delle possibilità per tutti quelli che si affacciano alla vita culturale della città. Io vengo dalle case popolari, sono stata la prima laureata in casa e sono cresciuta con un’idea di cultura che è Chaplin ma anche Dostoevskij. Sogno che la cultura possa arrivare a tutti e che in questa città, prima o poi, arrivino i meccanismi per cui tutto questo sia molto semplice da fare.

Il concetto di mercato era forse la più elementare che potevamo mettere sul piatto per far partecipare la gente, ma soprattutto per farla incontrare e perché ci fosse un’interazione. Dalla notte dei tempi, attraverso la vendita dei propri oggetti avviene uno scambio, e questo scambio non ha paletti. Ho visto nascere cose bellissime dal Mercato delle Pulci: relazioni, progetti, iniziative. Quindi quella che era una speranza è diventata realtà. È un’esperienza trasversale; al Mercato delle Pulci partecipa l’architetto così come il disoccupato, e in ogni caso l’apertura verso l’altro, in un contesto come questo, è favorita e alimentata. La cosa divertente è che molte persone, ad oggi, hanno imparato come gli utenti di diverse culture e nazionalità provano le taglie o comprano un oggetto. Questo è l’inizio del cambiamento. Si riconoscono delle modalità diverse senza essere infastiditi, anzi concordando uno scambio.

Qual è la tua visione sui progetti site specific?

Provo un forte fascino verso certi spazi. Lavoro spesso attraverso interventi di riqualificazione urbana, mi viene proprio chiesto esplicitamente. Allo stesso tempo è una cosa per cui mi sento portata; leggevo che questo tipo di sentimento si chiama kenopsia. Quando guardo certi spazi arrivo a vedere quello che potrà essere fatto al loro interno. Per me è molto più difficile progettare qualcosa che può essere situabile ovunque. Poi naturalmente un progetto si può trasportare da una parte all’altra, però gli interventi me li immagino sempre guardando certi posti e provando quel sentimento iniziale che è fondamentale nella fase di progettazione. Si tratta di riempire uno spazio emotivamente. Quando vado incontro a luoghi degradati, abbandonati o dimenticati, viene fuori la mia parte pura, creativa; è come vedere un panetto di argilla pronto per essere modellato. È una cosa che non provo verso gli spazi consolidati, manca quella componente immaginifica che invece ho di fronte a un palcoscenico vuoto.

Te la fai ancora quella domanda, quella che rappresenta tutti i sogni, e cioè cosa vuoi fare da grande?

Da grande vorrei fare questo, cioè la cosa che faccio ormai da 15 anni e che vorrei fosse considerata come un lavoro vero e proprio. Che possa essere un traguardo anche per altri. Ancora oggi soffro all’idea che l’impegno, l’attività, la progettazione, non vengano riconosciuti; sembra sempre di essere in un ambito border line di volontariato. La vera speranza è per la città. Mi vedo da grande in una città diversa.

Gea Testi

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