Lunedì 16 luglio sono salita sulla mia fiammante autovettura per raggiungere San Sepolcro, in provincia di Arezzo. Volevo assistere a qualche spettacolo proposto dal Kilowatt Festival (13-21 luglio 2018), una manifestazione di arte contemporanea (teatro, danza, musica, arte visiva, circo) che si tiene ogni anno a San Sepolcro nella seconda settimana di luglio per 9 giorni, e che quest’anno ha raggiunto la 16° edizione. Tra le performance proposte ne ho scelta una di circo contemporaneo creata da 4 artisti, a cui era possibile assistere noleggiando una delle sdraio posizionate sotto il palco nella piazza principale della cittadina.

Pago il mio biglietto ed ecco che lo spettacolo ha inizio. Si tratta di una storia narrata attraverso il solo linguaggio del corpo, una serie di coreografie sinuose che non permettono allo spettatore di distogliere lo sguardo da quei corpi armoniosi in movimento …ma … inizia anche a piovere. Gli artisti persistono nella performance. La pioggia continua imperterrita, e sotto il diluvio uno degli acrobati si esibisce in mille volteggi su di un’altalena, e al contempo un altro circense risponde a suon di rock con la sua chitarra elettrica. La scena è a dir poco epica, fino a quando diventa impossibile continuare.

Inizia tutto un tran tran di lavoro tra i volontari del festival per mettere oggetti e performanti al riparo. Vedo che l’organizzazione è a dir poco perfetta anche in caso di emergenza maltempo come questa. Mi chiedo come è stato possibile raggiungere questo grado di efficienza nell’organizzazione di un evento così grande e poliedrico.Durante il temporale mi riparo sotto un gazebo assieme ad altri spettatori, ripenso alla performance che avevo visto, e scambio quattro parole con i ragazzi volontari all’interno del festival. Mi sorgono spontanee delle domande sul Kilowatt, sulla sua organizzazione e sulla modalità con cui gli artisti vengono selezionati. Tento quindi di rintracciare Luca Ricci (il direttore artistico del festival ed uno dei suoi fondatori) per farci una chiacchierata, ma ovviamente durante la manifestazione è praticamente impossibile riuscire a fermarlo. E dunque ho optato per un’intervista telefonica, dove il paziente Luca Ricci, che qui ringrazio, mi ha dedicato un bel po’ di tempo per esaurire le mie curiosità.Giada: Ciao Luca e Buon giorno, innanzitutto ti faccio una domanda diretta e concisa: che cos’è il Kilowatt Festival? Luca Ricci: Il Kilowatt Festival è una manifestazione multidisciplinare, nel senso che si occupa di danza, teatro, musica e circo, con uno sguardo orientato e netto verso il linguaggio del contemporaneo. Da 16 anni il Festival si svolge a San Sepolcro (fondato nel 2003). Di solito si tiene nella seconda settimana di luglio per 9 giorni.Giada: Se dovessi parlarci di te in relazione al festival, come ti descriveresti? Luca: Rispetto al festival, posso definirmi come uno dei cofondatori ed il suo direttore artistico. Kilowatt è stato ideato da me e 3 amici (Massimo Dootorini, Lucia Giovagnoli, Lucia Franchi), una delle quali è divenuta poi mia moglie (Lucia Franchi). Inoltre posso definirmi come regista e drammaturgo. Difatti con i fondatori di Kilowatt abbiamo anche dato vita ad una nostra compagnia teatrale e di produzione nel 2003. La gestione e la generazione di spettacoli è sostenuta dalla regione e da vari enti culturali. Il festival e la produzione artistica della compagnia si sviluppano in parallelo, ovvero non abbiamo mai usato il festival per le esigenze della compagnia.Giada: Da cosa è nata l’idea del Kilowatt Festival, cosa ti ha dato l’ispirazione e la motivazione per la sua organizzazione?Luca: Spesso le cose nascono da una difficoltà, e così è stato per il Kilowatt. I miei 2 amici, la mia attuale consorte ed io avevamo partecipato alla fondazione di una piccola associazione a Pieve Santo Stefano assieme alla quale gestivamo un piccolo teatro. Nel 2002 ci fu una grossa rottura tra di noi. Noi quattro avevamo appena finito l’università e volevamo fare questo lavoro, renderlo la nostra professione, mentre le altre persone del nostro gruppo erano più grandi di noi ed erano già impiegate in altri campi. Ci fu così una rottura forte dove non riuscimmo a conciliare le varie volontà, quindi noi 4 decidemmo di spostarci a San Sepolcro che dista circa 10 km da Pieve Santo Stefano. Proprio perché non avevamo un teatro, ci venne in mente di organizzare un festival. Per noi questo significava avere un modo di costruire una serie di esperienze e relazioni anche per chi si voleva avvicinare al nostro operato artistico, ed a come noi intendevamo il teatro o l’opera artistica. Avevamo il desiderio che questo avvenisse “a casa nostra”, in un posto gradevole e curato.Giada: Quindi il Kilowatt non potrebbe essere altrove se non a San Sepolcro?Luca: I miei amici ed io abbiamo avuto occasione di lavorare per l’organizzazione della parte teatrale di Arezzo Wave. La nostra esperienza in questo progetto ha avuto seguito anche per qualche anno successivo allo spostamento della manifestazione prima a Firenze e poi a Livorno. Qui abbiamo compreso che un festival non può essere spostato da una città ad un’altra, perché questo è un organismo vivo, con delle radici, concettualmente assimilabile ad una pianta. Nei momenti di scoramento verso la città di San Sepolcro mi passa per la mente di spostare il Kilowatt in altre località, ma in realtà so che ha le sue radici nel territorio in cui si svolge e quindi spostarlo e farlo crescere in altri luoghi sarebbe impossibile. Tutti gli aspetti che non si vedono e che vengono costruiti negli anni (le relazioni, la relazione con il pubblico, il contesto, ecc…) sono l’essenza di un festival. Perciò non potrei pensare questa manifestazione artistica fuori da San Sepolcro e dal contesto aretino. Kilowatt ora è più di San Sepolcro che nostro. Noi tra l’altro siamo anche una residenza teatrale riconosciuta dalla regione, quindi abbiamo uno spazio che gestiamo tutto l’anno dal 2003. Il nostro lavoro non finisce mai a parte 20 giorni ad agosto. Un pezzo del nostro programma è scelto da un gruppo di cittadini di San Sepolcro, e anche questo è un lavoro che dura da novembre a maggio. Il festival è tutto questo, più che i 9 giorni in cui si svolge.

Giada: Che valore ha per te il teatro nella cultura di un territorio?Luca: Facendo una piccola premessa, vorrei dire che io non riesco più a fare distinzione tra teatro, danza, musica, circo, ecc.. Penso che queste discipline si fondano assieme e che si nutrano l’una dell’altra: i confini sono molto più sottili di quanto potevano essere un tempo. Detto questo, posso definire teatro come un luogo dello sviluppo del pensiero. L’arte è qualcosa fatto dagli uomini e che parla agli uomini, quindi ci riguarda tutti, anche se ci sono persone che ne possono dare una lettura più tecnica e chi invece non ha questi strumenti. Spesso il teatro sembra che voglia ricercare un significato unico, che le persone pensano di non essere in grado di cogliere. Sarebbe quindi opportuno sfatare questo sentimento di paura nei suoi confronti, dove si ha paura di partecipare ad uno spettacolo perché si pensa di non avere gli strumenti adeguati per comprenderlo. Con questo non intendo dire che gli artisti debbano semplificare il messaggio, ma che le persone debbano essere portate ad assistere ad una performance e lasciarsi colpire da ciò che vedono senza avere paura di non poterle comprendere.Giada: Soffermandoci sulla parte organizzativa, quante persone hanno contribuito quest’anno alla realizzazione del Kilowatt Festival?Luca: Durante l’anno abbiamo cinque persone che lavorano stabilmente con noi e questo costituisce la loro unica occupazione. Altre 5 persone lavorano con noi, ma nello stesso momento sono impegnate in altri progetti. In più durante tutta l’estate diventiamo 23. Nel corso del festival ci sono anche alcuni ragazzi (quest’anno 14) che si impegnano come volontari, vengono da tutta Italia per darci una mano sulla parte organizzatrice del festival. Inoltre se vuoi altri numeri, ti dico che Il festival di quest’anno ha occupato 899 posti letto a San Sepolcro ed ha gestito direttamente 1790 pasti. Senza contare le persone che si muovo autonomamente. Ancora abbiamo staccato circa 4895 biglietti a pagamento ed una cifra analoga di biglietti per la partecipazione agli eventi gratuiti.Giada: Come selezioni gli artisti che parteciperanno al Kilowatt festival? Luca: Noi abbiamo un programma di 50 titoli, proposti in 65 repliche. Questa scelta degli spettacoli è fatta innanzi tutto da me in qualità di direttore artistico. Inoltre esistono una serie di reti (Anticorpi per la giovane danza d’autore, Inbox rete per la circuitazione del nuovo teatro, ecc…) attraverso cui veniamo in contatto con alcuni titoli di performance. Una delle sezioni più famose del Kilowatt è costituita dal gruppo di spettatori non professionisti “I Visionari”, ovvero un gruppo di 40 cittadini appassionati al teatro che si propongono di esaminare il materiale ottenuto tramite una call nazionale. Solitamente arrivano circa 350 proposte di spettacoli teatrali, di cui loro dovranno sceglierne 9.Giada: Ti sei ispirato ad altri festival esistenti in Italia o all’estero per impostare quello che è oggi il Kilowatt Festival?Luca: Mi sono e ci siamo ispirati a diverse realtà esistenti a cui abbiamo partecipato, ma soprattutto quello che è oggi il festival è una fotografia di come noi pensiamo l’arte ed il teatro, dentro a questa manifestazione ci siamo noi. Sicuramente gli eventi a cui abbiamo partecipato hanno lavorato dentro di noi come modelli. Per esempio i Visionari sono nati da un problema: i primi anni il festival non funzionava, quindi abbiamo pensato ad un coinvolgimento più attivo della cittadinanza. Questa idea mi venne lavorando nelle case editrici, perché nel momento in cui arriva un libro, i dattiloscritti vengono letti da un gruppo di lettori che dicono attraverso delle schede se il lavoro è interessante o meno. Così pensai che la cittadinanza poteva essere coinvolta facendole scegliere degli spettacoli tra molti proposti dalla realtà italiana.Giada: Come e in cosa è cambiato il Kilowatt Festival dalla sua prima edizione, fino a quella di questo anno?Luca: Si è evoluto tutto. La prima edizione era molto piccola, realizzata con pochi spettacoli. Il cuore identitario che siamo riusciti a centrare negli anni è il ripensamento tra spettatore e prodotto artistico, ovvero il ruolo attivo del pubblico nei processi culturali. Allo stesso tempo questa visibilità ci ha portato ad un rapporto di produzione e coproduzione con paesi internazionali, infatti ora siamo arrivati ad una sezione tutta internazionale del festival che inizialmente era impensabile. Ancora abbiamo sviluppato e creato uno spazio per il circo contemporaneo, che fino a poco tempo fa non esisteva. In generale posso dire che siamo arrivati ad un’apertura multidisciplinare che inizialmente non ci era molto chiara, anche se già dalla prima edizione avevamo incluso uno spettacolo di danza. Comunque le prime edizioni del Kilowatt erano indubbiamente incentrate sul teatro contemporaneo, tant’è che Il primo sottotitolo del festival era “l’energia del teatro contemporaneo”, e solo dopo 3 anni è stato modificato con “l’energia della scena contemporanea”.Giada: Obiettivi e idee per il futuro?Luca: Sicuramente il punto critico del nostro lavoro è nel rapporto con la politica locale. Io sento che l’enorme potenziale che il festival può offrire alla vita sociale di San Sepolcro, non sia stato colto da nessuna delle amministrazioni politiche che hanno governato la cittadina. Non c’è dubbio che l’amministrazione locale dia un contributo economico e di spazi, che collabori con il nostro progetto e che ci appoggi. Eppure essa non sembra cogliere per intero il potenziale di una squadra da sfruttare meglio, da usare, in poche parole non veniamo stimolati o cercati. Penso che oggi la politica non abbia coraggio, credo che essa insegua un consenso immediato e veloce. Ovviamente una realtà artistica come la nostra non dà un consenso immediato, anzi a volte crea addirittura dissenso. Una realtà artistica come può essere Kilowatt darà sempre fastidio perché non crea consenso immediato.
Così si conclude la mia intervista a Luca Ricci, che da una difficoltà è riuscito, assieme ad i suoi amici, a creare una virtù, una ricchezza non solo per se stesso, ma per un’intera cittadina. Grazie Luca per il tempo che ci hai dedicato, alla prossima intervista!

Giada Sandrucci

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