Intervista a Roberto Barbetti

Ormai l’Arezzo Crowd Festival è davvero alle porte. Per quattro giorni la città sarà animata da più di quaranta eventi e  tutti ad ingresso gratuito. Le difficoltà sono state tante, ma possiamo definirci veramente soddisfatti per come sia la cittadinanza che le istituzioni stanno accogliendo il nostro progetto.

A questo proposito vorrei condividere con voi l’intervista fatta a Roberto Barbetti, direttore della Fondazione Guido d’Arezzo, un’importante realtà aretina con la quale abbiamo co-organizzato il nostro festival.

Che cos’è la Fondazione Guido d’Arezzo  e da chi è composta?

La Fondazione Guido d’Arezzo è ormai un’istituzione storica di questa città perché è stata costituita nel lontano 1983 da alcuni soci istituzionali che erano la Regione Toscana, la Provincia e il Comune di Arezzo, inoltre aveva al suo interno come unico socio privato l’Associazione degli Amici della Musica. Il nostro obiettivo statutario è quello di sviluppare la cultura in tutte le sue forme nella nostra città.

 A seguito di una revisione complessiva della distribuzione dei servizi municipali si è pensato di rinnovare lo statuto della fondazione nel 2018. Dal 4 giugno abbiamo come unico socio il Comune che ancora si occupa della gestione materiale della Fondazione; gli altri enti, pur rimanendo soci fondatori, si sono allontanati da questo aspetto più pratico.

Abbiamo inoltre intrapreso un percorso che ci ha permesso di introiettare da un lato dei nuovi soci privati sostenitori che rappresentano il mondo dell’associazionismo aretino. Dall’altro lato abbiamo dei soci partecipanti che supportano finanziariamente i progetti culturali che ci impegniamo a promuovere.

È ovvio che l’intenzione di questo rinnovamento, voluto dall’amministrazione cittadina e anche, se posso dire, dal sottoscritto, è quello di arrivare ad un partenariato tra pubblico e privato. Avvertivamo una certa compressione nelle attività svolte dal comune, dovuta all’eccessiva quantità di procedure burocratiche.

Normalmente quando si vuole organizzare una mostra o un concerto, la legge ci impone la necessità di procedere con una gara di evidenza pubblica.  È però ovvio che se io faccio una gara non potrò mai essere certo di arrivare a quell’artista che voglio si esprima in città. Si creano allora delle storture in termini giuridico-amministrativi che posso essere delle “bucce di banana”; delle situazioni di difficoltà, per meglio definirle.

Per la Fondazione invece, che è un’istituzione con un diritto privatistico, le procedure sono molto più semplici e spedite. Le decisioni prese dal Consiglio d’Amministrazione sono perfettamente corrispondenti a quella che è la filosofia e la mission  che ci caratterizza.

Andando più nello specifico, quali sono i progetti della Fondazione che state portando avanti?

La Fondazione sviluppa progetti in quattro ambiti specifici. Il primo è quello delle arti figurative, che al suo  intero comprende fotografia, pittura, scultura e tutto ciò che riguarda le cosiddette “arti nobili” di una volta. Diamo spazio anche alle nuove forme di evoluzione dell’immagine, soprattutto per quello che riguarda lo sviluppo della tecnologia.

 Per proiettarsi verso il futuro.

Certamente, la volontà è quella e non possiamo esimerci dal farlo. Una valutazione sulle tradizioni è quanto  mai necessaria, per cogliere gli insegnamenti e le opportunità che vengono dal passato. Dobbiamo però  anche rivolgerci a delle categorie di persone che necessariamente ci inducono a proporre nuove soluzioni. 

Per quanto riguarda gli altri ambiti non possiamo non citare la musica, con cui abbiamo un rapporto strettissimo, a partire dal nostro nome in onore dell’ideatore della notazione musicale.  Anche da parte del nostro Presidente, il Sindaco di Arezzo Alessandro Ghinelli, c’è la volontà di proseguire su questo lunghissimo cammino che fa parte della nostra tradizione. In ambito musicale Arezzo è stata protagonista non solo grazie a Guido Monaco, ma anche a varie figure, come quella di Benedetti Michelangeli  (ndr: Pianista del XX secolo), che hanno avuto qui una loro consacrazione in termini musicali.

Altri settori fondamentali sono quelli del teatro  e della danza. Abbiamo ereditato dal Comune quattro sedi teatrali: il Teatro della Bicchieraia, il Teatro Mecenate, il Teatro Tenda e il Teatro Petrarca. Quest’ultimo è sicuramente uno scenario abbastanza prestigioso per le compagnie nazionali che si esibiscono qui.

Per concludere ci occupiamo di un ambito che ancora è da perfezionare: riguarda progetti sulle discipline letterarie, sulla divulgazione scientifica e una tradizione enogastronomica che fa parte del nostro passato ma che, per la sua importanza, non può non far parte del futuro; vogliamo promuovere e canalizzarci anche verso un’altra eccellenza aretina che è quella dell’oreficeria.

Cos’è che, come Fondazione, sentite il bisogno di migliorare per sviluppare il vostro rapporto con la comunità?

La Fondazione ha senso quando propone, sviluppa e realizza progetti: è per questo che la nostra posizione è di ascolto, di metabolizzazione di quelle che sono le esigenze che maturano all’interno di Arezzo. Dopo di questo, vogliamo disporre dei nostri mezzi a servizio di queste istanze. Noi viviamo in una città d’arte, ricca di intelligenze che possono far sviluppare questo settore. Da parte nostra c’è quindi per il futuro una particolare attenzione a sensibilizzarci affinché questi ambiti possano crescere ed evolversi.

Lo scorso 16 febbraio si è svolto l’incontro “Dire Fare Cultura”. Oltre che a professionisti del settore e istituzioni, sono stati invitati anche i cittadini che erano interessati alla discussione su questi temi. A questo punto, dato che io faccio parte di un festival in cui la partecipazione del singolo è fondamentale, vorrei farle questa domanda: quanto è importante l’iniziativa del singolo nei progetti che possono essere positivi per la vita della città?

Noi abbiamo avuto il sentimento di creare “Dire Fare Cultura” perché sentivamo il bisogno di far sì che la Fondazione potesse davvero essere la casa di tutti, soprattutto di coloro che avessero in animo di portare avanti e di sviluppare progetti culturali per la città. Io sono affezionatissimo ad un brand che ci siamo creati quando ancora eravamo all’interno dell’Ufficio Cultura del Comune, che si chiama “Arezzo per Arezzo”.

Dobbiamo necessariamente essere aperti a quelle che sono le sollecitazioni che vengono dall’esterno e aprire la città alla complessità dei linguaggi culturali. È fondamentale che Arezzo sia recettiva a questi messaggi che possono essere rappresentati dalle eccellenze più alte, anche internazionali, che gravitano in questo settore. Tutto ciò ha un senso perché vogliamo sensibilizzare la coscienza di coloro che, vivendo in questa città, sono in grado di accogliere questo tipo di esperienza e di rielaborarla per produrre arte a loro volta.

Si crea un percorso, attraverso dei passaggi di intelligenze e di intellettualizzazione, in una città che – a mio modestissimo parere – ha bisogno di essere formata.  Noi  ci stiamo proponendo uno sforzo per creare le condizioni migliori nelle quali Arezzo si possa proporre al meglio anche nei confronti delle generazioni più giovani. Noi come Fondazione abbiamo un pubblico che esce soddisfatto dai nostri eventi, ma è un pubblico che ha una caratteristica: l’età. Una fetta consistente del pubblico aretino, ovvero quella dei giovani, fa fatica ad affezionarsi alla nostra programmazione e quindi c’è bisogno di creare dei nuovi format che per loro siano più “appetibili”.

È su di loro che vogliamo puntare e su cui vediamo il futuro della Fondazione.

Alessandra Bracciali

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